DOMUS TRANSITORIA: la prima reggia di Nerone riapre al pubblico

DOMUS TRANSITORIA

DOMUS TRANSITORIA: per il suo valore e la ricchezza dei materiali impiegati, occupa un posto di primaria importanza nella storia artistica di Roma nell’antichità.

Da Aprile 2019, la Domus Transitoria, prima residenza di Nerone sul Palatino, con pavimenti e pareti intarsiati di marmi colorati e in cui “tutto era coperto d’oro, pietre preziose e madreperla” (Svetonio), ha riaperto al pubblico dopo anni di studi e di restauro.

La Domus Transitoria, la prima reggia di Nerone sul Palatino, per il suo valore e la ricchezza dei materiali impiegati, occupa un posto di primaria importanza nella storia artistica di Roma nell’antichità.

Sita nella parte centrale del colle, sotto la Domus Flavia dell’epoca di Domiziano, permetteva di “transitare” dal Palatino all’Esquilino, e fu seguita, dopo l’incendio del 64 d.C., dalla Domus Aurea, di cui costituisce una diretta anticipazione per la sua architettura e per lo splendore delle pitture, degli stucchi e dei marmi che ne decoravano gli ambienti.

Del complesso monumentale sono ancora riconoscibili alcuni dei suggestivi ambienti, tra cui uno spazio originariamente occupato da un ricco ninfeo con giochi d’acqua concepito come una grande frons scaene teatrale. Sul pulpito sfilano piccole nicchie ornate da colonnine in marmo policromo, da cui duemila anni fa zampillava l’acqua, in sincrono con la cascata del ninfeo. Di fronte si trova il triclinio, destinato al riposo e allo svago dell’imperatore, circondato da colonne di porfido e pilastri in marmi multicolori, sovrastate, oggi, dalle fondamenta della Domus Aurea.

Sono visibili, inoltre, due stanze decorate con preziosi dipinti murali, stucchi e pavimenti marmorei, in parte conservati nel vicino Museo Palatino, in cui sono esposti alcuni affreschi provenienti da un ambiente coperto con volta a botte: due grandi fregi e delle formelle, attribuibili a Famulus o Fabullus, il pittore della Domus Aurea citato da Plinio.

Scoperti nel Settecento dai Farnese e identificati erroneamente come i Bagni di Livia, indagati in seguito con criteri scientifici e curati agli inizi del Novecento da Giacomo Boni, questi ambienti sono stati oggetto negli anni recenti di un lungo lavoro di restauro e messa in sicurezza.

Accanto alle decorazioni pittoriche, spiccano, ornati da motivi vegetali e geometrici, i marmi colorati dei rivestimenti pavimentali e parietali, nelle quattro specie predilette dall’imperatore Nerone: il porfido rosso, il porfido verde greco, il giallo antico e il pavonazzetto provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo (Grecia, Egitto, Asia Minore).

Il livello di perfezione  raggiunge il culmine nel pavimento della grande aula a tre navate sotto la Casina Farnese: forse l’esemplare più raffinato tra i sectilia pavimenta restituitoci dall’antichità romana, certamente ancora di età neroniana. Il pavimento è in parte coperto da una fontana ovale pertinente il grande triclinio del palazzo imperiale fatto edificare da Domiziano, noto con il nome di Coenatio lovis: un ottimo esempio della stratificazione tipica della modalità costruttiva dei romani antichi.

Dal 12 Aprile 2019 al 31 Dicembre 2019.